Berliner Morgenpost, February 18 2008

 

“Ich hatte von Anfang an keine Chance”

Dirigent Renato Palumbo verabschiedet sich von der Deutschen Oper Berlin

Der Italiener Renato Palumbo gab Ende Oktober sein Amt an der Deutschen Oper Berlin vorzeitig auf

Als Generalmusikdirektor (GMD) trat Renato Palumbo im Oktober vorzeitig zurück. Bei den Verdi-Wochen an der Deutschen Oper wird der Italiener noch “Simon Boccanegra” und die “Aida”-Premiere dirigieren. Aber danach sei Schluss, sagt Palumbo im Gespräch mit Volker Tarnow.

Berliner Morgenpost: Was werden Sie nach den Verdi-Wochen tun?

Renato Palumbo: Ich habe bis 2012/13 viele Engagements von großen europäischen und amerikanischen Häusern.

Auch von der Deutschen Oper?

Ja, Frau Harms hat mich wieder eingeladen, aber ich denke doch, dass ich nun die Arbeit Anderen überlassen werde.

Sie übernehmen jetzt eine Premiere in einem Haus, wo Sie soeben als GMD gekündigt haben. Ist das preußische Pflichterfüllung?

Das ist eine ganz professionelle Sache. Man sollte seine Verpflichtungen zu Ende bringen, wenn die Umstände es erlauben. Man hatte Probleme, für die restlichen Produktionen andere Dirigenten zu finden, und diesen Gefallen erweise ich dem Haus gern zum Abschied. Die Entscheidung, vom Amt zurückzutreten, war mit sehr viel Leiden verbunden, aber ich gehe jetzt in Frieden. Ich wollte den Beteiligten sofort Raum lassen für eine personelle Alternative, und sie haben ja auch gleich eine sehr gute gefunden.

Es hatte sich schnell abgezeichnet, dass Sie keine guten Kritiken bekommen. Wussten Sie nicht, worauf Sie sich in Berlin einlassen?

Die Presse macht nur ihre Arbeit. Sie hat heutzutage nicht mehr so viel Macht, über die Karriere eines Dirigenten entscheiden könnte. Die Probleme waren andere. Ich kam 2004 an die Deutsche Oper, zunächst für einen “Troubadour” und später für die Premiere “Manon Lescaut”. Ich habe während der Troubadour-Zeit wunderbare Erfahrungen gemacht, man kann hier gut arbeiten, die Menschen sind sehr herzlich. Natürlich habe ich auch von den Problemen erfahren, von der Identitätssuche, die spätestens mit dem Tod von Götz Friedrich einsetzte. Während der “Manon”-Proben erhielt ich schon Nachrichten, die mir sagten, dass Berlin nicht der richtige Ort für mich ist. Ich lehnte Frau Harms’ Angebote, GMD zu werden, mehrmals ab, denn ich wusste, dass ich nicht die richtige Persönlichkeit für eine solche Machtposition bin.

“Macht’ bedeutet aber auch konkrete Gestaltungsmöglichkeit.

Ja, nachdem Frau Harms insistierte, fragte ich nach bestimmten Garantien, um hier künstlerisch einwirken zu können. Ich habe vom Haus alle gewünschten Garantien erhalten. Doch am ersten Tag nach meiner Unterschrift, als ich dem Orchester gegenüberstand, wurde mir sofort klar, dass diese Garantien nicht eingehalten werden würden.

Von wem nicht?

Das Orchester respektiert mich als Dirigenten, aber sicherlich hätten sie als GMD einen berühmteren Namen vorgezogen. Ich habe trotzdem hier eine Wohnung gekauft, habe viele andere Verpflichtungen abgesagt. Ich habe wirklich meinen ganzen Willen in die Sache gelegt. Die Art und Weise, wie der Vertrag zustande kam, war jedoch nicht korrekt, es bestand von Anfang an keine Erfolgschance für mich.

Warum haben Sie nicht auf die Garantien gepocht?

Der Vertrag ist nur ein Stück Papier, viel wichtiger ist das Verhältnis zwischen den einzelnen Personen. Andere Probleme kamen hinzu: ein Jahr vor mir war ein ständiger Gastdirigent eingestellt worden, dem man bereits für die Premiere des ,Simon Boccanegra’ verpflichtet hatte. Ich hätte natürlich damals auf Änderungen bestehen können, aber als Kollege und Musiker wollte ich hier nicht sofort eine Revolution beginnen.

Es war der heftig kritisierte “Freischütz”, der das schnelle Ende einleitete.

Ich hatte schon vor dem “Freischütz” beschlossen, hier wegzugehen, nämlich in dem Moment, als ich die reale Situation des Theaters begriff.

Einfluss aufs Programm konnten Sie sich für die ersten zwei, drei Jahre nicht erwarten.

Am Tag nach der Freischütz-Premiere stand in den Zeitungen: es reicht mit den Misserfolgen, Palumbo muss gehen. Das war erst meine zweite Produktion! Berlin und das Theater haben meine Präsenz nicht gewünscht. Deswegen wurde der Vertrag auf meine Bitte hin in der freundschaftlichsten Art und Weise aufgelöst. Sicher wollte Frau Harms das Beste für ihr Haus, aber dass ich von der Intendanz eingesetzt, sozusagen dem Orchester vorgesetzt wurde, das hat das gesamte Gleichgewicht in der Bismarckstraße durcheinander gebracht.

Die Schwierigkeiten fingen also bei der Vertragsunterzeichnung an?

Das war in der Tat leider ein kleines Problem. Ich bin mit Frau Harms befreundet, sie hat mir stets großes Vertrauen entgegen gebracht – aber meine Nominierung wurde ein wenig zu leicht genommen.




La Stampa, janaury 18 2008

Renato Palumbo “Lasciatevi entusiasmare da Rigoletto”

ALBERTO MATTIOLI

TORINO

«Mi sbilancio?» Siamo qui per questo… «Bene, allora: Rigoletto è l’opera più entusiasmante di Verdi. Perché c’è tutto: il dramma psicologico ma anche l’azione, la tragedia e il comico, il pianto e il riso. E quella categoria che, fra i grandi creatori, è propria soltanto di Verdi e di Shakespeare: il grottesco. Del resto, basta ascoltare il Preludio, un brano genialissimo, solo tonale e ritmico, senza melodia: se qualcuno nega che Rigoletto sia un capolavoro, i casi sono due. O è in malafede…» Oppure? «Oppure è sordo».

Parola di Renato Palumbo, da stasera al Regio come nome di maggior spicco di questo sempreVerdi nell’allestimento sempreverde, fra l’onirico e l’erotico, di Giancarlo Cobelli. Nelle parti principali cantano Roberto Frontali, Inva Mula e Roberto Saccà, poi 13-repliche-13, moltissime, grazie anche al solito provvido sponsor, la Fondazione Crt. Palumbo è uno di quei maestri che l’opera italiana la dirigerebbero anche capovolti: veneto, 44 anni, è sul podio da quando ne aveva 18 («Un Trovatore a Sciacca, figuriamoci») e fino al 2012 la sua agenda è zeppa di impegni, con tre teatri d’elezione: Chicago, Parigi e Barcellona. Ma anche l’Italia in generale («Tannhäuser a Bologna, ancora Rigoletto a Firenze, una nuova Aida quest’estate all’Arena e molto interesse loro e disponibilità mia verso il risorgente Petruzzelli di Bari») e Torino in particolare: «Al Regio ho trovato serietà, disponibilità e cortesia. Del resto, ogni teatro è lo specchio della città che lo ospita». Morale: nel 2009 tornerà per Adriana Lecouvreur.

Un po’ meno disponibili sono stati i berlinesi. Palumbo è rimasto invischiato in una dura polemica quando è diventato GMD (Generalmusikdirektor) della Deutsche Oper di Berlino, dalla quale si è dimesso dopo che il suo Freischütz era stato massacrato dalla critica (a torto: chi scrive l’ha ascoltato). «Diciamo che a Berlino mi hanno incastrato in una doppia faida: una esterna, fra i due più importanti teatri d’opera cittadini, e una interna al mio, fra sostenitori e avversari dell’intendente. Però le dimissioni non me le hanno chieste, le ho date io. Perché quel che mi interessa è la musica, non il potere». Ma allora è vero che i tedeschi, musicalmente parlando, sono xenofobi? «Di certo non amano che qualcuno tocchi il loro repertorio. Ma io, se sono GMD a Berlino non solo devo, ma voglio dirigere anche Weber e Wagner. Anzi, mi ero perfino preso delle lunghe pause per studiare. Comunque, complotto o no, adesso sono libero e torno alla Deutsche come ospite di lusso. Per l’ultima Traviata con la Netrebko, anche applauditissimo».

Resta solo lo spazio per il gioco delle classifiche. Il miglior cantante del mondo? «Ancora Domingo». Il miglior direttore? «Almeno due, via: Abbado e Muti». Il miglior Wagner chi lo dirige? «Thielemann». E il miglior Verdi? «Levine, in Italia sempre sottovalutato». Infine, un avviso agli ascoltanti: gli acuti «di tradizione» del Rigoletto ce li lascerà sentire? «Sì. Ma, tradizione o no, niente tagli».




Sistema musica, january 2008

Renato Palumbo

«La musica di Verdi e il Romanticismo noir di Hugo»

Renato Palumbo torna al Regio di Torino con Rigoletto, dopo avervi diretto negli anni scorsi Sly e Il trovatore. Lo abbiamo raggiunto a Berlino durante le prove di Traviata.

Maestro Palumbo, Rigoletto è la prima opera della “trilogia popolare” con cui comincia la grande maturità di Verdi: quanto peso ha ancora il canto puro e semplice, se non addirittura il belcanto, e quanto conta invece una musica fondamentalmente orientata a creare il dramma?

«Rigoletto è intriso di belcanto come tutta la produzione verdiana. Ma il belcanto non è in sé estraneo al dramma. Nel caso di quest’opera esiste una dialettica particolare fra la forma e il dramma: il libretto non è costruito secondo la struttura classica a numeri chiusi; la forma musicale viene modellata di volta in volta sul dramma. L’unico momento davvero tradizionale è l’aria del duca «Parmi veder le lagrime», che è anche l’unica scena non tratta da Hugo, la più ambigua, tanto che può suonare terribilmente falsa. Proprio quest’ambiguità giustifica lo scarto rispetto al resto della partitura e il ritorno all’uso della forma classica recitativo, aria e cabaletta».

Come far convivere, quindi, forme più tradizionali con strutture articolate e drammaticamente duttili?

«Le due cose non devono convivere ma semplicemente vivere. Le scelte drammaturgiche di Verdi sono assolutamente perfette: la forma chiusa è adoperata con parsimonia per sottolineare i momenti più intimi, mentre quando si svincola dai modelli tradizionali il dramma si infiamma, creando una tensione impressionante».

Qual è il ruolo del suono orchestrale?

«L’orchestra deve sottolineare e preparare le situazioni: la scena di Sparafucile, con l’impasto dei fiati che ricorda la nebbia della bassa padana, la sferzata degli archi in «Cortigiani», l’omaggio a Monteverdi nella piccola introduzione del terzo atto, sono solo alcuni esempi di quanto l’orchestra sia fondamentale per la narrazione del dramma».

C’è un vero protagonista, centro del dramma, oppure ognuno dei tre personaggi principali ha una sua storia vissuta indipendentemente?

«Non c’è un personaggio predominante e ognuno ha una sua caratterizzazione musicale ben definita: Rigoletto con i suoi monologhi, Gilda con le sue melodie semplicissime e il duca, il più camaleontico, che alla festa canta una ballata brillante, nel postribolo una canzonaccia e da solo nel suo palazzo una vera aria, ben fatta, che lo fa sembrare un bravo ragazzo».

In che modo il Romanticismo noir di Hugo può aver funzionato come stimolo alla ricerca di nuovi percorsi stilistici?

«In Ernani Verdi aveva già espunto molti tratti grotteschi tipici del teatro di Hugo, ma solo dopo i soggiorni parigini, fra il 1847 e il 1849, si dedica maggiormente all’introspezione, valicando decisamente i confini fra i generi. In Rigoletto convivono il grottesco e il sublime, il brillante e il tragico, come nel teatro di Hugo, che aveva teorizzato il grottesco come categoria estetica. In realtà questo modo di rappresentare il mondo attraverso la commistione di diversi registri fa comunque parte della poetica del grand opéra, di quella singolare espressione del teatro popolare che fu il mélodrame, della stessa opéra comique. È il contatto diretto con queste fonti che rende così rivoluzionario Rigoletto».

L’opera è ambientata in spazi chiusi o notturni: sul Rigoletto non splende mai il sole. Dipende anche questo da Hugo? E che effetto ha sulla musica?

«L’atmosfera in Hugo è già molto cupa, ma Verdi va oltre: la narrazione viene ridotta all’osso, i personaggi sono quasi degli archetipi, assumono un fascino diverso, assoluto. Alla musica spetta quindi il compito di raccontare e di farci immaginare quello che nel libretto è sottinteso».

di Paolo Cairoli




L’orecchio di Dioniso, january 15 2007

Intervista a Renato Palumbo

Il maestro Renato Palumbo, è nato nel 1963 a Montebelluna ed è attualmente tra i direttori d’orchestra più apprezzati della scena internazionale. Dall’ottobre del 2006 è diventato Generalmusikdirektor della Deutsche Oper di Berlino. Ha debuttato in Italia, “partendo” proprio dalla Puglia al “Festival della Valle d’Itria” di Martina Franca nel 1998, ma, curiosamente, dirigerà a Bari per la prima volta l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, solo questa sera (Teatro Piccinni, ore 21) nell’ambito della stagione della Fondazione Petruzzelli. Il programma della serata comprende la Quinta sinfonia di Franz Schubert e la Quarta sinfonia di Johannes Brahms. Per Palumbo sono state numerose in questi anni di intensa carriera le collaborazioni con i più prestigiosi teatri del panorama mondiale. Vasto è il suo repertorio operistico e quello concertistico, che spazia da Mozart a Meyerbeer, da Rossini a Berlioz, da Brahms a Verdi e a Wagner. A soli sedici anni Palumbo ha debuttato sul podio con la Teresien-Messe di Franz Joseph Haydn. Ha poi proseguito gli studi compiendo parallelamente un’intensa attività di maestro collaboratore, suggeritore, direttore di coro, accompagnatore di cantanti. A diciannove anni dirige la sua prima opera, Il trovatore. Viene poi invitato per alcune recite a Istanbul, dove rimarrà per sei anni, come Direttore Generale dell’Opera e del Balletto. È l’inizio di una carriera internazionale, che lo porterà a dirigere negli Stati Uniti, in Europa, Asia ed Africa. Tra le cariche ricoperte da Palumbo spiccano quella di direttore principale dell’Opera di Cape Town e di direttore del Festival di Macao. Nel ‘98 dirige al Festival di Martina Franca, in forma di dittico, Il Re e il Mese Mariano di Umberto Giordano e negli anni successivi il Simon Boccanegra di Verdi, Robert le diable e Les Huguenots di Meyerbeer. Venerdì scorso ho incontrato Renato Palumbo durante la sua prima prova con la Sinfonica barese e gli ho rivolto alcune domande, alle quali il maestro ha cortesemente risposto e di questo gli sono profondamente grato. Ecco di seguito l’intervista.

Quando è nata la sua passione per la musica?

E’ stata una cosa né voluta, né cercata. E’ semplicemente arrivata. Avevo sette anni ed ero attratto dal suono dell’organo e dal fatto di vedere e sentire far musica; ho quindi iniziato a studiare il flauto e poi tutto il resto è arrivato di seguito, in modo anche abbastanza naturale.

Maestro, la direzione d’orchestra è stata per lei più una vocazione o un punto d’arrivo?

La direzione mi ha sempre interessato. Anche se è arrivata nella mia vita quasi per caso. Io lavoravo in provincia e facevo da assistente. Un impresario mi chiese se volevo dirigere. Da lì è cominciato tutto. Avevo 18 anni e da lì son partito.

Secondo lei com’è cambiato, nell’anno di grazia 2007, il rapporto tra un direttore e la sua orchestra rispetto a mezzo secolo fa, quando sul podio salivano, per esempio, maestri del calibro di Toscanini, Furtwängler e Bruno Walter?

Il rapporto è notevolmente cambiato. Non solo tra direttore e orchestra, ma direi tra direttore, orchestra e pubblico. E’ cioè cambiata l’attenzione verso la musica classica. Non so se in meglio o in peggio, però è cambiata. Oggi si richiede a chi dirige molta più professionalità d’un tempo. Non che i nomi da lei citati non fossero professionali – ci mancherebbe pure – ma tra il maestro e chi suona in orchestra c’è oggi un dialogo più tecnico e direi praticamente alla pari. E’ finita cioè l’era del direttore-dittatore che tutto sapeva e tutto decideva. E dunque si è instaurata una maggiore complicità tra questi due elementi dell’interpretazione musicale. Complicità tesa naturalmente a servire al meglio la musica che di volta, in volta viene eseguita.

Alcuni critici musicali, anche illustri, in questi anni hanno apprezzato le sue interpretazioni di opere liriche. Vale ancora oggi la distinzione d’un tempo tra direttori d’opera e direttori sinfonici o da concerto?

No guardi, oggi non è più così. Certo, saper dirigere bene un’opera è fondamentale per la preparazione di un buon direttore. Ho fatto negli anni passati molta esperienza in questo campo. D’altro canto, in conservatorio oggi si richiede una preparazione soprattutto sinfonica e per questo motivo durante i miei studi ho dovuto approfondire entrambe le cose. L’approccio più moderno di un direttore con l’opera deve sicuramente partire dalla sua capacità di saperla gestire e trattare in modo sinfonico.

Talora anche a discapito delle voci in palcoscenico…

Be’, questa è anche un’esigenza corrente dovuta al fatto che grandissime vocalità, tranne rare eccezioni, non ce ne sono più. Bisogna quindi saper gestire gli equilibri sonori e valorizzare la musica prima di tutto.

Da pochi mesi lei è diventato Generalmusikdirektor della Deutsche Oper di Berlino. Un incarico prestigioso ma anche di grossa responsabilità. Quali saranno le sue linee-guida in questo importante teatro?

Guardi, quando si entra in un teatro così grande, non si può avere la velleità di lasciare un’impronta personale. La cosa fondamentale invece è soprattutto quella di valorizzare la qualità del cosiddetto repertorio giornaliero, oltre ad avere degli appuntamenti fissi con delle prime ogni anno di un’opera italiana e una tedesca. Un lavoro di notevole dispendio di energie, ma anche di particolare attenzione, con un’orchestra prestigiosa che ha sempre la consapevolezza di lavorare quotidianamente per la messinscena di una recita ogni giorno diversa.

Non c’è il rischio di una certa routine?

Sì, questo può purtroppo accadere. Io per evitarlo, appena arrivato a Berlino ho subito imposto due assiemi prima di ogni opera (considerando che si va a gruppi di tre, quattro recite per titolo). Il direttore d’orchestra che arriva ha così la possibilità di avere davanti a sè almeno sei, sette ore di prove a spettacolo montato e può dare così al lavoro una certa sua impronta.

In Italia per combattere la crisi (quasi) irreversibile degli Enti Lirici – con i conti dei bilanci perennemente in rosso – si dovranno o no operare delle scelte radicali, tenendo presente l’esempio mitteleuropeo e tedesco dei teatri di repertorio?

L’ideale sarebbe una via di mezzo. In Italia si prova tanto, troppo per una stagione al massimo di una decina di opere. Spesso si arriva a provare addirittura per un mese l’allestimento di una sola opera. Chiaramente i costi sono in questo modo elevatissimi. Una riflessione andrebbe fatta a tale proposito: varrà poi la pena alla fine provare così tanto o sarebbe invece sufficiente un numero inferiore di prove, ma fatte più seriamente e meglio? Quest’ultima opzione, a mio avviso, porterebbe effetti benefici, per esempio, soprattutto per quanto riguarda il sensibile abbassamento dei costi, ma anche per un taglio considerevole del prezzo dei biglietti che risultano sempre più proibitivi per le tasche dei giovani.

A proposito di giovani: i “catastrofisti” ritengono che tra venti, trent’anni il teatro d’opera terminerà inesorabilmente il suo corso per mancanza di pubblico. Qual è il suo pensiero?

La risposta, almeno sulla carta, è semplice: evitiamo che i nostri teatri diventino dei santuari aperti per pochi mesi l’anno e facciamoli vivere di più, aumentando le recite e rendendo più appetibili gli spettacoli, anche dal punto di vista del prezzo dei biglietti. Vedrete che i giovani verranno più spesso a seguire l’opera. A me personalmente è capitato di vederne tanti, tantissimi affascinati da questo mondo. L’opera per interessare i giovani, deve oltretutto essere fatta pensando (anche) a loro. Non dico che il teatro scellerato o di protesta abbia un senso, ma occorrerebbe che le regie si avvicinassero almeno un po’ di più ai gusti della gioventù di oggi. Se invece si resta fermi al teatro nella sua dimensione più statica e museale il rischio che si chiuda e si vada tutti a casa è certo molto alto.

di Alessandro Romanelli




La Gazzetta di Parma, april 28 2006

La bacchetta del direttore alla guida dell’orchestra del Regio Palumbo:

«Nella partitura è racchiusa un’energia dirompente»

Viva l’Italia. Renato Palumbo, che questa sera inaugurerà il Festival Verdi 2006 dirigendo Il trovatore al Teatro Regio di Parma, è stato recentemente nominato Generalmusikdrektor della Deutsche Oper di Berlino. Contratto quinquennale: bel colpo. Il secondo titolo del Festival Verdi (Macbeth) sarà diretto da Bruno Bartoletti, per più di trent’anni alla guida artistica della Lyric Opera di Chicago e ora «emerito» del grande teatro statunitense- è doveroso riflettere sul valore della musica – e più estesamente della nostra cultura – come testimone (e non solo vetrina) del nostro saper fare, saper vivere, saper pensare. Ben vengano, allora, le notizie di Palumbo a Berlino, del parmigiano Pertusi che vince il Grammy Award e di Dante Ferretti (scenografo del Trovatore e del Macbeth) che l’anno scorso si è guadagnato un meritatissimo Oscar. Purché non sia solo l’occasione per un brindisi. Abbiamo un giacimento di robuste competenze: dissennato non trivellarlo. Meno male che Il trovatore – come ha dichiarato il regista Elijah Moshinsky – è un’opera «risorgimentale». Questo rende opportuno – anche correndo il rischio della retorica – l’appello a una più decisa consapevolezza delle nostre risorse, introducendo con sereno patriottismo il discorso di Palumbo sull’opera che stasera vedrà l’atteso debutto di Marcelo Alvarez nel ruolo di Manrico. «Nell’ambito della ‘trilogia popolare’ – esordisce Palumbo –, con un Rigoletto che è un autentico thriller e una Traviata di assoluta modernità, Il trovatore è una presenza anomala: una vicenda quasi inconcepibile e un libretto volutamente arcaico hanno spesso indotto a pensare che quest’opera vada svelata e vissuta soprattutto dal punto di vista vocale. Io, però, ritengo che si tratti di una visione limitata, di superficie.» «Sono infatti convinto – spiega il maestro – che Il trovatore segni per verdi un deciso cambio di direzione già in vista dei capolavori della maturità. Mi spiego: la grandezza di Verdi nel Trovatore risiede proprio nel rispetto totale della “forma chiusa”, che è deliberatamente assunta e riflessa, in maniera speciale, dall’architettura del libretto, che si incardina su 4 parti, ciascuna formata da 2 scene. È dall’interno di questa forma così drasticamente quadrata che fiotta la straordinaria corrente emotiva del Trovatore, tremendamente dirompente proprio perché ribolle dentro una “liturgia” formale così tetragona, così definitiva. C’è qualcosa di atavico in questa struttura e da lì viene generato il dramma. Sì, Il trovatore è racconto nel senso primario di “épos”. E lo si capisce fin dall’audace introduzione, con il narrare di Ferrando.» «Il perno del dramma – dichiara Palumbo – è Azucena, per la quale Verdi adotta un linguaggio musicale potentemente atipico rispetto a quello di Manrico, di Leonora e del Conte di Luna, che esprimono incisivamente il loro mondo e i loro desideri attraverso la nobile esaltazione della “solita forma”.»La volontà dal direttore è netta:«Voglio dare dell’opera una lettura in senso belcantistico, per non eludere un dato che reputo essenziale: e cioè che Il trovatore nasce a breve distanza di tempo dalla predominanza assoluta del belcanto di Bellini e Donizetti, inserendosi in una traccia che ci porta fino all’opera moderna, fino al verismo di Puccini e Giordano. È inoltre mia intenzione rendere vitale il testo musicale, mettendo in rislato le efficaci caratterizzazioni tonali dei personaggi e delle situazioni, evidenziando i contrasti e gustando la finezza cameristica di alcune splendide parti della scrittura. Il trovatore è un’opera estremamente ricercata. Tutto è pensato. La “forma chiusa”, qui, è necessità, significato, origine stessa del dramma.»

di Elena Formica




Il corriere della sera, march 20 2004

«Beatrice? Meglio di Norma» Bellini insolito agli Arcimboldi

Il direttore Renato Palumbo: «Un’ opera intensa e drammatica, che richiede grandi interpreti»

LAURA DUBINI

MILANO

«Bellini in Norma non raggiunge mai le intensità e la drammaticità di cui è permeata invece Beatrice di Tenda. Eppure quest’ opera non è popolare ed è ingiustamente vista da molti come un tavolo azzoppato. E’ raramente rappresentata per la sua difficoltà. Occorre un cast eccellente, voci impostate al belcanto, il nostro bene più prezioso». Il direttore Renato Palumbo, al suo debutto in Beatrice di Tenda (in scena agli Arcimboldi da domani fino al 1° aprile) tiene a dimostrare la grandezza dell’ opera di Bellini, composta dopo Norma. L’ opera in due atti, ispirata a una vicenda reale accaduta nel 1418 al castello di Binasco, alle porte di Milano, torna nell’ allestimento di Pier’ Alli del 1993, ma con un nuovo cast. Nel ruolo di Beatrice di Tenda, moglie detestata da Filippo Maria Visconti che la condanna ingiustamente alla ghigliottina, debutta domenica Mariella Devia, insieme con Maria Piscitelli (Agnese del Maino), Anthony Michaels-Moore (Filippo Maria Visconti) e José Bros (Orombello). Sebbene si tratti di una ripresa, tutto è stato rivisitato da Pier’ Alli (scene minimaliste ma di forte impatto) e preparato a fondo da Palumbo con i cantanti. «È stato importante – spiega Palumbo – lavorare sui recitativi e sul canto legato nel quale eccelle Mariella. Quel belcanto che i giovani artisti quasi ripudiano perché non porta soldi e richiede tanto studio. Orchestra e coro, impegnati come nella tragedia greca, hanno un forte impatto sonoro». «È una gioia e una sfida questo ruolo che appaga come Lucia di Lammermoor – confessa la Devia -. E, poi, è un divertimento, sebbene faticoso, affrontare melodie lunghe, e la cabaletta finale che corona il sacrificio di Beatrice, vittima fiera e rassegnata».




Press Reviews 2008

G.Verdi I DUE FOSCARI, Bilbao, ABAO, november  2008

En el plano musical, de un elevado nivel general, destacó la admirable dirección de Renato Palumbo. Fue un ejemplo de manual de cómo empastar todos los elementos que componen una ópera. Se podía seguir perfectamente el desarrollo de la obra solo con fijarse en sus expresivos y precisos movimientos, que permitieron que tanto cantantes como coro encajaran perfectamente con el foso. Allí, una entregada Orquesta Sinfónica de Bilbao secundó al maestro con un estupendo sonido verdiano.
Javier Del Olivo, Mundoclasico.com, november 20 2009

G.Verdi NABUCCO, Venezia, Teatro La Fenice, Venezia
october 2008

[In Va’ pensiero] il coro (ben preparato da Claudio Marino Moretti) è disteso supino, la voce sale in verticale, il torace fermo, il canto diviene sommesso e in pianissimo, una magia vocale inattesa che dispiega l’incipit come effettivamente dovrebbe essere, un pianto nostalgico, fuori da ogni retorica, secondo il tempo insolitamente lento della direzione del bravissimo Renato Palumbo. […] Fra i migliori direttori per l’opera, Renato Palumbo ha dato prove molto convincenti nella scorsa stagione all’Arena di Verona, conciliando precisione e pulizia di lettura a idee e fantasia. Dirige a memoria, grande conoscenza della partitura e delle voci. In Nabucco plasma una dimensione fortemente drammatica, combinata a pulizia e grande cantabilità, portando le voci dentro l’orchestra e non il contrario.
M. Schipilliti, La nuova Venezia-La repubblica, october, 21 2008

Mahler/Rachmaninov CONCERTO SINFONICO
Trieste, Teatro Verdi, september 2008

Brillante la prova di Renato Palumbo
Nonostante le poche prove purtroppo disponibili, Palumbo e l’orchestra sono riusciti a trarne il massimo frutto: infatti, tutte le sezioni erano ben preparate ed ovviamente l’interpretazione ne ha tratto giovamento, con un’esecuzione fresca e piena d’energia, che è stata salutata dal pubblico con lunghi applausi.
Alberto Godas, Vita nuova, october 3, 2008

Renato Palumbo, gagliardo direttore fin dall’adolescenza, rigoroso interprete di opere e musica sinfonica nei massimi teatri (a Trieste Un ballo in maschera), ne ha dato una lettura coraggiosa […] vigile e pregnante, già dal remoto emergere dell’incipit, fino alle ultime, esaltanti, deflagrazioni. All’interno scorrono lieder, il tema dell’infanzia nelal morte, quella grottesca, allucinata marcia funebre, che oggi ci pare più che mai dedicata a una società al tramonto. Colti a dovere da Palumbo i colori visionari e l’ostinato rovello ritmico. Al termine consensi quanto mai intensi e convinti.
Danilo Soli, Messaggero veneto, september 28, 2008

G.Verdi RIGOLETTO, Verona, Arena, august 2008

Renato Palumbo dimostra di essere un direttore fine, attento ai dettagli, alle preziosità più che alla grancassa alla quale qui molti indulgono.
Sandro Cappelletto, La stampa, august 6 2008

Renato Palumbo offre del capolavoro verdiano una lettura assolutamente convincente, ancorché non priva di qualche lentezza, sempre tesa a ricercare i giusti equilibri sonori tra le sezioni dell’orchestra, in ottima serata, ed a garantire un eccellente coesione tra buca e palcoscenico. Ne è dunque scaturito un Rigoletto elegantemente misurato, fatto di piccoli preziosismi, paradossalmente poco “areniano”nella sua ricerca di intimità: davvero molto, molto bello.
Alessandro Cammarano Operaclick

G.Verdi AIDA, Verona, Arena, june, july, august 2008

Aida all’Arena cesellata a dovere
Esecuzione bellissima da parte di Renato Palumbo, con tempi spesso lenti ma a sostegno di una lettura cesellata com’è raro ascoltare.
M.Zurletti, La repubblica, june 23 2008

Tutti, compresa l’orchestra e l’eccellente coro preparato da Marco Faelli, avevano la felice fortuna di esser diretti da Renato Palumbo, bravissimo nel far cantare e nel dare un’impronta di coerenza e precisione.
L.Arruga, Il giornale, june 22 2008

E l’altra sera a Verona, nelle condizioni notoriamente difficili in cui si lavora in Arena, [Renato Palumbo] ha diretto un’Aida esemplare: mossa e viva nei tempi, fraseggiata ad arte, con momenti di bel suono che in quel catino all’aperto si direbbero un’araba fenice. A Verona non c’è una nuova Aida, ma la solita Aida, quella di De Bosio […] La novità è stata la qualità musicale che si è ascoltata, mai stata così alta. Grazie all’eccellente prova del direttore e a un cast buono.
E. Girardi, Il corriere della sera, june 22 2008

Aida è tornata a Verona e giura fedeltà a Verdi
La coerenza prima di tutto: è il motivo per cui la parte scenica si raccorda armoniosamente con quella musicale, guidata da Renato Palumbo, che possiede l’accento verdiano e sa regolare bene il rapporto fra intimità (Aida n’è piena) e momento pubblico. Dove c’è passione imprime un tono un po’ ruspante che va bene all’Arena, e dove c’è da lavorare sul dettaglio non si tira indietro. Con Palumbo i cantanti, che in genere all’Arena gigioneggiano, stanno entro i limiti della musica con buon gusto e ognuno nell’ambito delle sue possibilità
G.Satragni, La stampa, June 22 2008

G.Verdi LA BATTAGLIA DI LEGNANO, Bilbao, ABAO, april 2008

Fortune was with ABAO however as they were able engage Renato Palumbo, a conductor of some prestige and a full guarantee of high quality. If in other occasions I have criticized some substitutions in Bilbao, this time I must praise both the effort involved in finding someone good and the results of doing so. Renato Palumbo gave an outstanding performance, taking the work along very rhythmically, providing every care for the singers and getting a remarkable performance from the Bilbao orchestra. […] Verdi was very well served by them. […] At the final bows, the biggest applause went to Messrs Sagi, Palumbo and Maestri.
José M. Irurzun, www.musicweb-international.com

Musicalmente, la diestra y efficaz direcciòn de Renato Palumbo pone también en relieve la ya citada alternancia entre el caractér impositivo y grandioso y lo dramàtico, extrayendo de la orquésta los volùmenes necesarios, sin achicar. Asì, tras la expresiva interpretaciòn de la sugestiva obertura de cuatro partes alternas, el foso irà sin rebajar la fuerza de los metales, por ejemplo, en momentos de potencia sonora, ya que el maestro, ademàs de ser gra conocedor de Verdi, domina la orquesta.
J.A.Z. Deia, april 14, 2008

El maestro Palumbo, con tal conjunto se pudo lucir y sa batuta se mostrò también siempre clara con los profesores de la Sinfònica bilbaina que non tuvieron niguna dificultad en reflejar la niervosa y épico- -héroica mùsica del juven Verdi.
Nino Dentici, El Correo, april 14, 2008

G.Verdi, AIDA, Berlin Deutsche Oper,  march 2008

Von Renato Palumbo am Pult feinsinnig, ja elegant geführt, verschwindet das Orchester hinter den Bildern.
Frankfurter Allgemeine Zeitung, march 5, 2008

Sein Musizieren ist geprägt von einer weiten Ausdrucksskala und klaren Strukturierung, aber auch von einem kontinuierlichen Fluss. Und in seiner fein dosierten Expressivität harmoniert es wunderbar mit dem Stimmcharakter von Aida und Amneris.
Neue Zürcher Zeitung, march 5, 2008

Und auch musikalisch hat der Abend seine Meriten. Es ist die letzte Premiere des ausgeschiedenen GMD Renato Palumbo. Und Palumbo zeigt hier noch einmal mit so seidigen wie kraftvollen Tönen, was seine Stärken sind: italienische Oper, zumal Verdi.
Georg-Friedrich Kühn, Deutschlandradio

G.Verdi SIMON BOCCANEGRA, Berlin Deutsche Oper,  february/march 2008

Dabei gelingt Renato Palumbo mit dem Orchester der deutschen Oper Berlin eine grandiose Verdi-Interpretation – leidenschaftlich, aber nicht schwülstig; mit Pathos, aber ohne Dämonie; mit sensibel ansteigenden Crescendi, berauschender Klangfülle, aber auch sehr transparent mit stimulierend hervorgehobenen Instrumentengruppen. Fantastisch die Balance zwischen Graben und Bühne, intensiv die Begleitung der Sänger!
www.opernnetz.de, march, 22, 2008

G.Verdi RIGOLETTO, Torino, Teatro Regio, january 2008

Apasionada la direcciòn de Renato Palumbo
Andrea Merli, Opera Actual, march 2008

Un Rigoletto della migliore tradizione come la direzione di Renato Palumbo, teatrale e sanguigna, in cui si respira aria padana. Il direttore rende la capacità espressiva della musica e il suo effetto teatrale con giusto equilibrio sottolineando i diversi colori dell’impianto sonoro senza ingigantire i momenti “da lessico popolare”. Buona la prova dell’orchestra e in particolare del coro, straordinariamente affiatato, diretto da Claudio Marito Moretti.
Ilaria Bellini, www.teatro.org, february, 2, 2008

Renato Palumbo tiene in pugno la compagnia di canto con estrema attenzione
Alessandro Mormile, Corriere dell’arte, february, 1st, 2008

Renato Palumbo sa mostrarci come la tensione drammatica sappia anche tingersi di oasi liriche assai ben tratteggiate. Ed ecco ad esempio la verdianità interiorizzatamente sofferta del preludio, o la confortante serenità donata al primo incontro fra Rigoletto e Gilda, nel quale in orchestra si ascoltano bei rallentandi e momenti in cui il direttore respira con i cantanti e li favorisce al meglio delle loro possibilità. […] L’insieme della direzione denota un attento disegno agogico, rapportato con saggia circospezione alle forze vocali a sua disposizione.
Alessandro Mormile, L’Opera, february 2008

Quattordici recite di Rigoletto in diciassette giorni e riuscire a stupire con una qualità musicale altissima, che libera da ogni traccia di polvere un capolavoro che alla prima sconcertò e scandalizzò il pubblico proprio per la novità musicale e drammaturgica prima che per la scabrosità del soggetto. Questo riesce al teatro Regio di Torino, che programma il Verdi più popolare fra l’Ariane di Dukas e la Salome di Strauss e lo affida a uno dei direttori che meglio conoscono e sanno approfondire il dramma verdiano, Renato Palumbo. Il suo è un Rigoletto che applica felicemente i principi filologici (spiace solo una sforbiciata alla ripresa di Sì vendetta), non ricusando le puntature di tradizione, ma senza piegarsi supinamente alla prassi tradizionale: ne infiora la vita e un vindice avrai sono eseguiti a tempo, come è scritto, ma non è regola applicata in modo rigido, bensì adattata alle necessità e alle caratteristiche dell’opera e degli interpreti. Come dovrebbe essere ogni variazione sensata. L’orchestra suona come un disco mettendo in rilievo tutte le preziosità timbriche e ritmiche della scrittura verdiana, canta con i cantanti ma evidenzia anche l’incedere implacabile della tragedia, fino all’esplosione folgorante della tempesta sulla morte di Gilda e la quiete quasi irreale che la segue. Interessante, poi, la caratterizzazione agogica dei personaggi, sottolineando per esempio un incedere più vivace per Gilda, nell’ansia e nella brama di vita. Difficile ascoltare un Verdi altrettanto incisivo e sorprendente, come fosse la prima volta, nel gesto puntualissimo di una bacchetta che illumina e segue con sorprendente vitalità entrambe le compagnie convocate per questo autentico tour de force.
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica, february, 2008

Sous la baguette généreuse de Renato Palumbo, l’ensemble turinois s’est d’abord fondu dans un superbe accompagnement des chanteurs. Voyant que le courant ne passait pas entre le plateau et la fosse, le chef s’est alors offert le privilège de faire entendre les couleurs orchestrales de son ensemble. Quels timbres, quelle fougue, quel enthousiasme ! A noter encore le comportement exemplaire du Choeur du Teatro Regio qui, même si scéniquement plongeait dans la convention, donne quelques remarquables moments musicaux, comme dans son pianissimo Zitti, zitti, moviamo a vendetta.
Jacques Schmitt, www.resmusica.com, january, 28, 2008

Sul podio Renato Palumbo ci ha offerto una lettura magistrale della partitura, un’interpetazione che a mio avviso lascia un segno profondo nella storia esecutiva di quest’opera. Abbandonato ogni schema e convenzione il maestro, grazie a una rara cura del particolare, riesce ad imprimere ad ogni pagina l’appropriato respiro evidenziando aspetti finora inesplorati. Indugiante nell’Andante “Deh non parlare al misero”, implacabile e travolgente nell’attacco dell’invettiva “Cortigiani vil razza dannata”, Palumbo mette in rilievo tutta la capacità espressiva della musica conferendo la giusta incisività ai momenti drammatici stupendo l’ascoltatore con episodi di poetico lirismo. Sempre accorto alal conduzione dei cantanti, il direttore domina l’orchestra che ha certamente offerto in questa occasione una delle sue migliori prove delle ultime stagioni. […] uno spettacolo a mio avviso imperdibile.
Giuseppina Mascari, Operaclick, january 2008

Musicalmente il direttore Renato Palumbo ha creato subito il clima emotivo ricavando dall’ottima orchestra sottigliezze d’analisi contrapponendo, secondo le situazioni, tempi sospesi e dilatati ad altri incalzanti e vigorosi, fra piacevoli effetti timbrici e scatti ritmici.
Walter Baldasso, Torino Cronaca , january, 22, 2008

La direzione di Renato Palumbo ci è sembrata ottima, capace di sottolineare i giusti volumi e di portare in primo piano tutti i colori oscuri, sorretta da un gran ritmo.
Stefano Mola, trasp.net , january, 21, 2008

Sotto la direzione musicale di Palumbo, precisa, serrata e attentissima a non lasciar mai cadere il ritmo degli accadimenti, il fascio di luce è tutto sul contrasto fra Rigoletto e il Duca.
Giorgio Pestelli, La stampa , january, 20, 2008

Sul podio dell’orchestra del Teatro Regio Renato Palumbo mostra di essere perfettamente a suo agio con la partitura verdiana che ha approfondito in ogni suo aspetto. Tiene bene l’orchestra, la guida con delicatezza, la rende baldanzosa nelle pagine che esaltano lo spirito libertino del tenore.
Ar. Ca., La stampa, january, 17,2008




Press Reviews 2007

Grieg/Brahms CONCERTO SINFONICO
Bari Fondazione Petruzzelli, december 11 2007

Sull’onda dell’incontestato successo ottenuto col Requiem di Verdi, Renato Palumbo è tornato sul podio dell’orchestra dell’Amministrazione provinciale per un mirabile concerto sinfonico. da parte sua il complesso […] ha confermato con la sua prestazione il rpofondo feeling che si è creato con il direttore, in un programma di smagliante fascino. Due brevi pagine di Grieg[…] hanno dato l’avvio alla serata, in esecuzioni nelle quali Palumbo ha distillato con mano delicata l’intenso lirismo che le impregna, poi, sempre del musicista norvegese il celeberrimo Concerto in la minore per pianoforte e orchestra. […] L’opera si è avvalsa di una solista interessante ed oggi sulla cresta dell’onda: la pianista coreana Ilia Kim, ormai italiana d’elezione. […] L’accompagnamento di Palumbo, preciso e non meno appassionato, ha fatto sì che il concerto avvincesse una volta di più gli ascoltatori. […] Ed infine la Sinfonia n.2 di Brahms. […] l’opera ha beneficiato di una esecuzione nella quale Palumbo ha con esemplare visione saputo valorizzare, con intelligenza e lirismo, anche i piccoli particolare, con una espressività cogente, con un’ampiezza sonora trascinante nella quale le impennate poderose di taglio drammatico si intrecciavano a momenti di struggente passionalità, di eroica poesia. Val la pena una volta ancora sottolineare come in questa visione ricca di avvincenti sfumeture melodiche e ritmiche l’orchestra barese si sia rivelata docile e impeccabile strumento, capace di rendere in pieno le intenzioni del direttore, il quale ha giustamente inteso alla fine di ogni brano, ma dopo Brahms in particolare, coinvolgerla nel successo tributato dal pubblico entusiasta.
Nicola Sbisà, La gazzetta del mezzogiorno, december 13 2007

Verdi REQUIEM, Fondazione Petruzzelli, Bari
november 27-29 2007

Va subito detto che l’esecuzione della Messa da Requiem ha assunto anche connotati di carattere storico in quanto il grande affresco sinfonico corale verdiano non era mai stato inserito, se non ci sono smentite dell’ultima ora, nell’ambito di una stagione lirica barese, per cui per molti appassionati ha rappresentato se non proprio una novità certamente un’occasione di riscoperta di una partitura straordinaria. Lo si è visto da come il pubblico che affollava il Piccinni ha seguito l’esecuzione: attento, concentrato, cercando di comprendere come questa serata vincesse sul piano artistico ponendo in primo piano le compagini orchestrali (La sinfonica della Provincia che ha offerto una delle migliori esecuzioni degli ultimi tempi seguendo alla lettera le indicazioni del concertatore) e corali (Coro della Fondazione Petruzzelli egregiamente disciplinato dal maestro Franco Sebastiani) impegnate in uno sforzo esecutivo che è andato oltre ogni possibile previsione. Merito innanzitutto del maestro Renato Palumbo il quale ha offerto una lettura in grado di consentire, al di là dalla struttura e dalle esigenze “liturgiche” del testo, una riflessione profonda sulla concezione ideale della morte così sentita dall’autore.
Palumbo ha introdotto l’ascoltatore in un’atmosfera sommessa, quasi di livido turgore (appena inquinato dal flebile squillo di un cellulare) per poi immettersi con un’appropriata arcata sonora nel “Kyrie” con ‘ausilio delle voci dei solisti, mentre, sconvolto da una forza tellurica impetuosa, ha tratteggiato il “Die irae”, sostenuto da rapidi staccati molto coinvolgenti. E’ apparso evidente che il direttore tendesse, sì al rispetto del dettato semantico verdiano ma anche a dare una lettura “personale” della partitura accentuando qualche sospensione nei momenti più intimi (“Mors stupebit”, “Recordare”) oltre a vorticose riprese (“Die irae” e “Sanctus”). Una direzione magnifica. L’orchestra ha risposto con prontezza insieme al coro e ai quattro solisti.
Dino Foresio, Operaclick, november 2007

Attesa legittima e [niente] affatto delusa (i cinque minuti di applausi alla fine e i ripetuti richiami alla ribalta degli interpreti lo hanno attestato chiaramente) per la Messa da Requiem di Verdi, che ha inaugurato la stagione 2007-2008 della Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari. Un avvio, in apparenza, un po’ anomalo, a metà fra il concerto e l’opera, ma una scelta che già in partenza ribadiva il carattere stesso del lavoro, notoriamente in ideale bilico fra spiritualità e teatralità. Un problema per gli intepreti, il direttore prima di tutti, ma Renato Palumbo – e le dichiarazioni alla vigilia dell’esecuzione l’avevano fatto chiaramente presagire – ha risolto il tutto con lucida precezione, grande equilibrio e, diciamolo pure, prorompente musicalità. Il susseguirsi serrato di momenti in cui il discorso verdiano giunge all’esaltazione o si stempera in più raccolti sussurri di interiore rapimento estatico, dinanzi ad un testo di eterna possanza, Palumbo l’ha rivissuto con una totale adesione ed estrema padronanza, trascinando su questa strada, chiaramente intuita e seguite, solisti, orchestra e coro. […] Una serata che – non sembri esagerato – può essere considerata fra quelle che «fanno storia» nella sempre più ricca vita musicale barese.
Nicola Sbisà, La gazzetta del mezzogiorno, november, 29 2007

Settantacinque minuti ad atissima tensione. Con il vigore dell’esecuzione del Requiem di Verdi è cominciata al meglio la nuova stagione lirico-sinfonica della Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari. […] Il Coro della Fondazione e l’Orchestra della Provincia di Bari si sono espressi al meglio delle loro possibilità, raggiungendo un livello artistico di notevole spessore. Di ciò bisogna ringraziare senz’altro il direttore Renato Palumbo, il quale ha creduto nelle potenzialità dei due complessi, usando le strategie giuste per farli crescere così. C’erano compattezza, tenuta espressiva, cura del suono, potenza e rotondità. […] Soprattutto, peccato per chi se l’è persa.
Fiorella Sassanelli, La Repubblica, november 29 2007

L’acquisto dell’erede italiano di Sinopoli a Berlino per un incarico continuativo al Petruzzelli rappresenterebbe una svolta importante per la Fondazione e gli orchestrali baresi, visti i risultati raggiunti sotto la sua direzione l’altra sera e in altre occasioni. Palumbo non ha, quindi, smentito la propria fama di concertatore severo guidando con autorevolezza l’Orchestra sinfonica delle Provincia di Bari e il Coro della Fondazione (ben preparato da Franco Sebastiani) in una lettura vivida del Requiem verdiano, interpuntato dall’imponenza quasi fisica del Dies irae che ritorna con l’inquietante ammonimento del coro tra violenti squilli di tromba, vorticosi sprofondamenti degli archi e minacciosi colpi di tamburo. Fisica, molto fisica, anche l’impetuosa e spedita direzione di Palumbo, che pure riesce ad ottenere squisiti effetti timbrici sulle variazioni dinamiche e nei pianissimo, anche dalle voci degli splendidi solisti, il soprano Tamar Iveri, il mezzosoprano Marina Prudenskaja, il tenore Francisco Casanova e il basso Konstantin Gorny. Insomma una serata di musica all’altezza di un’inaugurazione di stagione, salutata con diverse chiamate dei protagonisti da un pubblico entusiasta.
Francesco Mazzotta, Corriere del mezzogiorno, november 29 2007

Il Requiem verdiano è andato in scena ieri al Teatro Piccinni, ottimamente diretto da Renato Palumbo, che ne ha offerto una lettura equilibrata, di seducente cantabilità, aderendo proprio allo spirito operistico iù che sacrale del lavoro.
Alessandro Romanelli, L’orecchio di Dioniso , november 28 2007

G.Verdi LA TRAVIATA, Berlin Deutsche Oper, november 2007

Palumbo dirige quasi come Karajan
Renato Palumbo la segue [Anna Netrebko] con la sua orchestra molto attentamente, disponibile a servirla e ad aiutarla. Porta la sua arte come su un vassoio d’argento sopra la buca. Esattamente questo elogiavano tutte le cantanti (eccezione Birgit Nilsson) di Herbert von Karajan, è questo che Karajan e Palumbo hanno in comune. Per lo meno questa volta riceve gli applausi che merita.
Klaus Geitel, Berliner Morgenpost, november 16, 2007

Non importava che sul podio questa sera non ci fosse più il GMD ma “solo” il direttore ospite Renato Palumbo. L’orchestra e il suo ex-capo sembravano come sollevati da una grande responsabilità. Il collettivo dei musicisti sensibili sembra stimare quest’uomo, che non si è riposato sul suo prestigioso contratto ma che ha preso su di sé la responsabilità dei fallimenti altrui. Il maestro dirigerà 27 serate in questa stagione e se si ascolta la Traviata siamo tenuti a credere che diventeranno delle buone serate. Molti bellissimi piani escono dalla buca e senza stancarsi il maestro da attacchi all’orchestra e al palcoscenico.
Tagesspiegel, november 16,2007

G.Verdi I VESPRI SICILIANI, Genova, Teatro Carlo Felice
october 2007

No se entendienden las aisladas muestras de disconformidad con la labor de Renato Palumbo, que desde el podio dictò una soberana lecciòn de tensiòn dramàtica.
Andrea Merli, Opera Actual, december 2007

La bacchetta non è mancata, confermandosi ancora una volta Renato Palumbo direttore di indubbio merito, pe rla capacità di padroneggiare le forme, di svolgerle con precisione, di sostenerle in bell’equilibrio tra esigenze della partitura e del palcoscenico, tenendo in pugno un’Orchestra lodevole.
Giancarlo Landini, L’opera, november/dicember 2007

Sul podio Renato Palumbo con una direzione efficace ed elegante esaltava la qualità di un’orchestra in ottima forma, al pari di un eccellente coro.
Gianni Bartalini, Gazzettino sampierdanese, november 2007

Con una raffinata lettura a tesi, Renato Palumbo intende restituirci quest’opera, sciogliendo l’enigma stilistico dei Vespri alla luce della solida esperienza maturata con Robert le diable e Les Huguenots. Arie e duetti, infatti, hanno strutture assolutamente francesi, la vocalità – specie quella di Arrigo – è di chiarissima ascendenza meyerbeeriana e di fronte a una lettura che esalta questi aspetti spiace solo che l’opera sia eseguita in italiano facendo cadere i balletti (ma il Carlo Felice non dispone di un proprio corpo di ballo e si sa che questo in Italia è problema diffuso e antico). Che la forbice colpisca anche la parte di Arrigo è certo un peccato, ma la quantità immensa di musica composta abitualmente per il grand-opèra era tale proprio per essere adattata di volta in volta al cast scritturato e […] s’è scelto senza dubbio il male minore. Pienamente compensato, peraltro, dalla bellezza del fraseggio orchestrale, dall’ampio respiro degli assiemi, dalla coerenza del disegno complessivo. Basti citare la celeberrima sinfonia, qui rivissuta come per la prima volta in rapporto drammaturgico con l’opera: così le due riprese del tema principale nel duetto fra Arrigo e Monforte presentano sottilissime variazioni dinamiche, perfettamente speculari all’esposizione nella sinfonia. L’aver privilegiato l’ascendenza francese, dilatato solennemente i recitativi, preferito in orchestra le trasparenze ai turgori non significa peraltro aver rinunciato alla tensione drammatica, solo averla iscritta in un disegno più ampio, che fa anche riflettere su quanto l’abusatissimo aggettivo “verdiano” possa essere ripensato e messo in discussione, al di là di una superficiale immediata teatralità. Eseguita piano, com’è scritta, anche la cabaletta “è dolce raggio” acquista un sapore nuovo, più poetico, meglio inserito nel climax del terzo atto, ricco di dettagli più che di magniloquenza
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica, november 2007

Efficace la bacchetta di Renato Palumbo.
Giorgio Gualerzi, Famiglia Cristiana, november 11, 2007

Altrettanto convincente è parsa la direzione di Renato Palumbo, una direzione curata nel dettaglio e connotata da incisività e brio.
Alberto Bazzano, Musicultura on line, november 6, 2007

L’esecuzione musicale poggia sulel spalle sicure di Renato Palumbo, direttore capace di tenere in pugno i grandi assiemi e di regalare bei momenti di abbandono lirico ad una cantabilità verdiana che la sua bacchetta […] sa rendere attenta alle ragioni del palcoscenico.
Alessandro Mormile, Corriere dell’arte, november 2, 2007

..l’orchestre est de toute beauté sous la direction musicale de Renato Palumbo
Christian Jarniat, Tribune bulletin Côte d’azur, november 2, 2007

Il est vrai aussi que Renato Palumbo galvanise au mieux ses troupes (fosse et scène) dans un maelstrom fulgurant de rage, puissance bref, amour verdien.
Christian Columbeau, www.lepetitjournal.com, octobre 23, 2007

Più che la regia è la direzione musicale che con forza espressiva e narrativa restituisce il clima dell’opera. Renato Palumbo controlla bene orchestra e partitura, dal piano al forte, aumentando, diminuendo, smorzando, facendo emergere i singoli suoni, con una direzione appropriata che conosce momenti di impeto senza prevaricare troppo le voci.
Ilaria Bellini, www.teatro.org, october 22 2007

Palumbo ha ben regolato il rapporto fra la cantabilità vocale e le scene drammatiche: ha in sé gli accenti della musica verdiana e, in ciò, prosegue con onestà la tradizione schietta dei direttori d’opera italiana.
Giangiorgio Satragni, La stampa, ottober 22 2007

…. musicalmente erano Vespri di riguardo. Renato Palumbo ha lavorato bene con una compagnia di canto esemplare […]. Della concertazione hanno convinto la concezione interpretativa, l’impeto calibrato e la cura dei dettagli. Firme direttoriali riconoscibili erano la predilezione per scelte di tempo un po’ didascaliche nel differenziare gli squarci lirici, come i meravigliosi terzetti. Ma già nella sinfonia, lucente nel suono e ariosa nell’ampio respiro cantabile, Palumbo ha fatto presagire la nobiltà e la saggezza teatrale che avrebbero ispirato la rilevante lettura complessiva.
Angelo Foletto, La repubblica, october 22 2007

Gli applausi ci sono stati […] soprattutto in direzione della bravissima soprano e dell’orchestra con il suo direttore Palumbo, già accolti con favore dopo l’ouverture.
e.q. Corriere mercantile, october 21 2007

Renato Palumbo dà colore ai Vespri in bianco e nero
Fortuna che c’era Renato Palumbo, venerdì sera: grande direzione, già lo si è capito dall’ouverture, energica e vitale, mai è caduta la tensione, con splendidi contrasti tra le parti più ritmiche e quelle cantabili, con una splendida frase dei violoncelli e tutti i colori al posto giusto; e ottima anche nel supporto del canto, mai di troppo e mai manchevole, insomma, la classica botte di ferro.
Barbara Catellani, Il giornale, october 21 2007

La musica è sghemba, una di quelle opere di Verdi che affascinano proprio per la non compiutezza di forma e stile. Renato Palumbo, peraltro, mostra un dominio e una consapevolezza dello strano modo di essere di questa partitura, come se la dirigesse da sempre. Sa stringere e allargare al momento opportuno, sa sottolineare tutto il bello. È l’ora del riscatto dopo il « fattaccio»di primavera scorsa, quel Freischütz berlinese che grida ancora vendetta.
Enrico Girardi, Il corriere della sera, october 21 2007

G.Rossini OTELLO, Pesaro, Rossini Opera Festival, Pesaro, august 2007

Renato Palumbo, alla guida dell’Orchestra del Comunale di Bologna, ha restituito di Otello i bagliori preromantici di secondo e terzo atto (che contengono momenti di assoluta bellezza) non sacrificandone in nulla comunque lo spirito belcantistico, aliena in ogni caso, la sua lettura, da evanescenti linfatismi ma intrisa, piuttosto, di un corrusco e trascinante senso del dramma musicale.
Davide Annachini, L’Opera, september 2007

Renato Palumbo, una delle bacchette più attente e sensibili per il Rossini serio, […] afferma una lettura intelligente e accurata. […] Nelle sfumature dell’ouverture, in dettagli del terzo atto, nell’intelligente accentazione del ritmo-Leitmotiv del Moro, s’intendono idee che contribuiscono a creare un Otello interessantissimo.
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica, september 2007

An exceptional cast and conductor […] Renato Palumbo conducts an urgent reading wich subtly realises the score’s often remarkable sonorities, wich generates a tragic inevitability powered by a finely sprung rhytmic momentum.
The stage.com

Palumbo dirigió muy bien, en lo que resultaría la mejor dirección musical de esta edición, […] la orquesta respondió bien y el coro tuvo su mejor actuación vocal, y el equilibrio con la escena -difícil en este sitio- fue ideal.
Jorge Binaghi, Mundoclasico, 24 agosto 2007

La concertazione di Renato Palumbo, a capo dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, si fonda su di una lettura molto omogenea ed ariosa della partitura rossiniana, sempre equilibrata sul piano ritmico ed attenta alla resa timbrica. Gli strumenti sanno dialogare con grande espressività con le voci soliste, sottolineandone ora il lirismo, ora l’inquietudine. In particolare gli archi, nel tratteggiare le pulsazioni febbrili dell’ansia di Desdemona nel secondo atto, determinano un significativo coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Filippo Tadolini, Operaclick

Al frente del excelente Coro da Camara de Praga y una magnifica Orquesta del Teatro Comunale de Bolonia, Renato Palumbo supo crear un auténtico drama, ademàs de contribuir a la sempre agradecida fiesta vocal rossiniana.
La Razon Solidaria, 16 august 2007

Dirige sabiendo lo que Rossini necessita Renato Palumbo […] Renato Palumbo dirigiò con finura y sentido del orden a una Orquesta del Comunal de Bolonia que sonò empastada y àgil.
J.A. Vela del Campo, El Pais, august 16 2007

…grobem Beifall für das sensible Dirigat des Berliner Generalmusikdirektors Renato Palumbo und das Bologneser Opernorchestern …
Dirk Schümer, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 agosto 2007

Renato Palumbo dirige con bravura
Michelangelo Zurletti, La repubblica, august 13 2007

Renato Palumbo dirige une Orchestra du Teatro Comunale di Bologna d’une bonne tenue, donnant à la partition de Rossini beaucoup de corps sans pour autant fallir aux exigences de souplesse qui sont la marque du maître de Pesaro.
Paul Lucas, Luxemburger Wort, august 11 2007

Sul podio dell’orchestra del Comunale di Bologna, Renato Palumbo ha diretto con accorta energia, cogliendo la complessa cifra stilistica di un melodramma che ha le radici nell’opera seria settecentesca, ma preannuncia già i fremiti del romanticismo.
Cesare Galla, L’Arena, august 10 2007

È dunque l’esecuzione musicale che regge la serata; Renato Palumbo, sul podio della brava orchestra del Comunale di Bologna (corretto è il Coro da Camera di Praga), concerta con molta cura, trova molte finezze, tiene con solidità le fila dell’esecuzione.
Arrigo Quattrocchi, Il manifesto, august 10 2007

L’orchestra del Teatro comunale di Bologna era diretta da Renato Palumbo: bacchetta elastica e attenta alle meraviglie strumentali di questa partitura che Rossini ventiquattrenne, nel 1816, lo stesso anno del Barbiere, presentò a Napoli […] la musica del prodigioso ragazzo spicca il volo e traccia sentieri ben precisi per la futura opera romantica.
Paolo Gallarati, La stampa, august 10 2007

Renato Palumbo (presente al Rof dal 2003) sta sul podio dell’Orchestra del Comunale di Bologna e fa cantare uomini e strumenti con il suo gesto ondeggiante e cordiale. Momenti grandi nell’ultimo, bellissimo atto.
Carla Maria Casanova, Il resto del Carlino, august 10 2007

…ist die von Renato Palumbo kompetent dirigierte Koproduktion mit der Deutschen Oper Berlin und der Opera von Lausanne…
Süddeutsche Zeitung, august 10 2007

G.Verdi RIGOLETTO
London, Royal Opera House Covent Garden, july 2007

There are good musical reasons for seeing this show. One is the conducting. Renato Palumbo may be new to Covent Garden, but the music director of Deutsche Oper Berlin clearly knows how to pace Verdi, phrase with the singers, obtain punchy orchestral playing and maintain impeccable ensemble. Quite a lot of the conductors whom I have observed floundering around in pits this season should be going to Palumbo for a masterclass in these essential basics.
The Times, july 11 2007

G.Verdi ATTILA, Bari Fondazione Teatro Petruzzelli, june 2007

Quale direttore della Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari è salito sul palco l’attento ed incisivo Renato Palumbo, attuale general musik director della prestigiosa Deutsche Oper di Berlino e ben noto in tutto il mondo. Palumbo ha tratto dalla ottima orchestra tutto il colore necessario a un melodramma come questo, esaltando sfumature che non ci si aspetterebbe da un’opera verdiana tutto sommato giovanile, quindi ancora non pienamente matura come quelle del successivo più noto trittico.
Giovanni Fornaio, www.drammaturgia.it, july 7 2007

Su tutto dominava la esemplare direzione di Renato Palumbo, che con accorta scelta dei tempi e impeccabile chiarezza di intuizione del disegno generale, ha conferito al tutto quella trascinante enfasi (ambita da Verdi), che anima il lavoro e ne costituisce il pregio essenziale. Palumbo, fra l’altro, ha saputo in maniera straordinaria valorizzare le finezze orchestrali (il preludio iniziale e la tempesta, tanto per citare due momenti canonici).
Nicola Sbisà, La gazzetta del mezzogiorno

Il direttore d’orchestra, Renato Palumbo, ha ottenuto grandi successi dirigendo Verdi e venerdì 8 giugno è stato uno dei sicuri protagonisti della serata. Ha staccato tempi perfetti e l’orchestra sinfonica della Provincia di Bari, sotto la sua bacchetta ci è parsa più precisa e più attenta alle dinamiche sonore. […] Alla fine applausi convinti da parte del pubblico per tutti e vere e proprie ovazioni per Pertusi e Palumbo, decisamente protagonisti della serata.
Luciana Solazzo, Operaclick

C.M. von Weber DER FREISCHÜTZ
Berlin Deutsche Oper, april 2007

Da quando è Gmd (GeneralMusikDirektor) alla Deutsche Oper, Renato Palumbo ha messo subito in chiaro che non è il solito italiano da esportazione che fa l’opera italiana e solo quella, ma che vuole affrontare anche il repertorio più squisitamente “della casa”. Così, se nella prossima stagione le sue due nuove produzioni saranno Aida e Der fliegende Holländer, in questa sono state Germania di Franchetti e, appunto, Der Freischütz: come dire il manifesto dell’opera tedesca dell’Ottocento, l’incunabolo del Romantik nazionale più compattamente tipico. L’aspetto interessante non è solo che Palumbo abbia scelto di dirigere quest’opera, ma come l’ha fatto. Senza cercare di essere, diciamo così, più tedesco dei tedeschi, senza cercare nella partitura quelle premonizioni wagneriane che la scuola storica ci trovava, senza sonorità corrusche e schianti tellurici. Ma sottolineando invece la sua filiazione mozartiana, del resto storicamente ineccepibile: colori chiari, concertati trasparenti e, quando si comincia a sentire odore di zolfo, un’asciutta secchezza assai più efficace del consueto bombardamento di decibel. Mettete poi uno dei pochi direttori che dirigono volentieri il belcanto e soprattutto sanno anche farlo sul Freischütz e i gioielli lirici di cui è disseminata l’opera brilleranno come non capita spesso, grazie ad accompagnamenti insieme morbidi e nervosi e a un ineccepibile ma non indulgente sostegno al palcoscenico. Così i cantanti della maison fanno un’ottima figura.
Alberto Mattioli, Classic Voice, may 2007

Schubert/Brahms CONCERTO SINFONICO, Bari, Teatro Piccinni, january 15 2007

L’atteso concerto sinfonico diretto da Renato Palumbo per la Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari ha avuto esito quantomai positivo. Val la pena di sottolineare subito la concretezza del rapporto che – con conseguenze più che valide – si è stabilito fra il giovane maestro ed il complesso barese. […] D’istinto il complesso sa riconoscere i «cavalli di razza», e quindi li asseconda mirabilmente, offrendo al pubblico esecuzioni di alto livello. Così è accaduto con Palumbo, che per il suo esordio barese (peraltro l’avevamo già ampiamente e ripetutamente apprezzato al Festival della Valle d’Itria), ha scelto un programma niente affatto facile per l’accostamento e per l’intrinseco spirito delle due opere presentate: la Sinfonia n.5 di Schubert e la Sinfonia n.4 di Brahms.
Con organico opportunamente ristretto, Palumbo ha rivissuto la sinfonia schubertiana con tenera eleganza, senza però svuotarla di energia sincera e coinvolgente, esaltandone la ricca contabilità di stampo popolare, creando un’atmosfera di soddisfatta e luminosa vitalità.
Ben diversa, colta nella sua fondamentale essenza, quella che Claude Rostand definisce «autunnale, essenzialmente nordica». Con cura ai limiti del meticoloso, Palumbo ha saputo cogliere le più piccole sfumature , ricomponendo con lucida visione l’avvincente quadro complessivo con acutezza di fraseggio, rigore ritmico, nettezza di attacchi, senza cedimenti retorici, ma con trasporto contagioso.
Successo calorosissimo. Già dopo Schubert il pubblico è stato prodigo di applausi, che alla fine di Brahms sono divenuti vere ovazioni, con ripetute chiamate per il direttore, applaudito anche dalla stessa orchestra.
Nicola Sbisà, La gazzetta del mezzogiorno, january 17 2007

Primo concerto dell’anno per la Fondazione lirico sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari e prima esibizione a Bari di Renato Palumbo, direttore musicale dal 2006 della Deutsche Oper di Berlino – la Scala tedesca dove è il primo italiano dopo Sinopoli a ricoprire il prestigioso incarico – e considerato tra i più rappresentativi direttori italiani a livello internazionale. Il concerto di lunedì in un teatro Piccinni gremito e festante accostava due capolavori del romanticismo tedesco: la Quinta sinfonia di Franz Schubert (composta nel 1816) e la Quarta sinfonia composta da Johannes Brahms quasi settanta anni dopo Schubert (1885), composizioni in qualche modo agli antipodi, non solo cronologicamente, nel lungo secolo attraversato dal romanticismo. Siamo abituati all’idea che Schubert, erede di un Mozart altrettanto fittizio, debba sempre sprigionare cascate di felice esuberanza, mentre Brahms accolga la dilatata serenità che deriva dalla lezione dei classici e addirittura, nella Quarta, da Bach. Palumbo ci ha svelato che esistono altre letture, molto più profonde.
La serata è divenuta letteralmente un crescendo di emozioni, poiché il direttore ha avviato il concerto con una interpretazione volutamente minimalista, riducendo la partitura schubertiana alla sua essenziale natura di delicato cristallo e concentrando tutta l’energia vitale per la colossale e densa opera brahmsiana. Dimenticate le facili sinuosità mozartiane che usualmente emanano dalle letture superficiali di Schubert, Palumbo ha trovato l’essenza profonda della struttura di una Quinta ancorata a una forma senza tempo: per pulire il suono delle sezioni dell’Orchestra, costrette a pianissimo estremi, il gesto del direttore era ridotto all’indispensabile, quasi fermo. Al contrario dell’ultima e la più “classica” delle sinfonie, la Quarta, la lettura di Palumbo ha sconvolto le facili aspettative di una compostezza formale derivanti dalla forma. Fin dal primo tema la bacchetta del direttore ha scavato, plasmato, rivelato ondate sonore sovrapposte a mirabili giochi melodici interni, esplosi nella Ciaccona e nelle variazioni dell’ultimo tempo. L’Orchestra della Provincia ha ancora una volta saputo rispondere all’invito di un grande direttore, cimentandosi con generosità in una sfida ai limiti di quelle che consideravamo, forse ingiustamente, le sue massime possibilità.
I solisti in spietata evidenza sono stati tutti eccellenti: la flautista Pisanu, l’oboista Leone, i corni Danisi e Fiore, il fagottista Dilallo, il violoncellista Gentile e il primo violino Pavaci, ma dovremmo scrivere tutti i nomi. Palumbo non si è infatti limitato a una “lettura”, come in genere è imposto dal limitato numero delle prove per un direttore ospite, ma ha costruito una vera “interpretazione”, evento assai raro per il nostro pubblico, che ha mostrato visibilmente di apprezzare una serata davvero felice, con lunghi applausi finali. Palumbo tornerà a fine stagione per l’esecuzione di Attila di Verdi e ci aspettiamo che nel frattempo l’Orchestra faccia tesoro di questa ulteriore occasione di crescita.
Dinko Fabris, La Repubblica, january 17 2007

Sarebbe una fortuna se se si avverasse in un prossimo futuro l’auspicio del sovrintendente Giandomenico Vaccari di assicurare all’ente lirico una collaborazione stabile con Renato Palumbo, il neo direttore della Deutsche Oper di Berlino, che l’altra sera il pubblico del Piccinni ha applaudito sul podio della Sinfonica in un programma tutto «viennese» fondato sulla Quinta di Schubert e la Quarta di Brahms. Se Palumbo era alla ricerca di un feeling – una delle condizioni da lui stesso poste anche solo per iniziare a ragionare di un suo possibile futuro barese – l’impressione è che una buona intesa sia stata raggiunta.
Le scelte programmatiche del maestro erano molto chiare, anche rispetto agli obiettivi e ai traguardi mitteleuropei del suo percorso artistico: rappresentare, attraverso i suoi estremi, un periodo musicale (il Romanticismo) all’interno di una società, quella austriaca, nel suo momento critico di fronte al crepuscolo dell’era asburgica. Un’era che Schubert aveva mirabilemtne evocato nella sua staticità, al punto da prevederne il tramonto. E in quest’ottica si deve leggere, per esempio, la cullante serenità nella quale Palumbo, spingendo l’orchestra a sussurrare la musica con nitore, riesce a trascinare l’uditorio a partire dal primo movimento della Quinta, sinfonia «cameristica» con la quale l’autore richiama le atmosfere del puro classicismo settecentesco con tanto di riferimenti mozartiani, soprattutto nel minuetto.
La tentazione di prodursi – come interposta persona – in un lezioso esercizio di stile non sfiora nemmeno per un momento il ragionamento musicale di Palumbo, nella cui lettura si pecepisce chiaro l’intento di proiettare il recente passato nell’immediato presente, per poi farne uno dei Leitmotive dell’intera serata. Del resto, anche Brahms, musicista che si riannoda alla tradizione classica, nella sua ultima sinfonia non si pone tanto il problema di risultare moderno, quanto di trovare anche lui una sintesi temporale (in questo caso guardando indietro, «oltre» il classicismo) attraverso la ripetuta citazione bachiana (abilmente nascosta all’orecchio) della Cantata BWV 150 nel quarto movimento. Ma a differenza di Schubert, in Brahms l’era asburgica, ormai nel clima opprimente della finis austriae, suggerisce (al contrario dell’immobilità) un’esuberanza (anche virtuosistica) e un’inquietudine che Palumbo trasmette con vigore.
Francesco Mazzotta, Corriere del mezzogiorno, january 17 2007

G.Puccini MANON LESCAUT, Barcelona, Gran Teatre de Liceu, december 2006/ january 2007

El director de orquesta Renato Palumbo acreditó en su debut en el foso liceísta un fabuloso dominio del estilo pucciniano. Sacó extraordinario partido de la orquesta, en especial de unas cuerdas que lucieron un sonido carnoso y un intenso y cálido fraseo…
Javier Pérez Senz, El Pais, december 24 2006

Palumbo llevó a la Simfònica del Liceu por caminos de gloria, como en ese logrado «crescendo» del preludio al tercer acto, con un cuarto acto que fue pura agonía, sacando toda la modernidad de esta orquestación exigente y apasionada y siguiendo a los cantantes con ojo certero. Su trabajo con la madera describiendo la aridez del desierto cargó de sentido su lectura, al igual que la magnificencia técnica del concertado del acto tercero.
Los miembros del coro demostraron su calidad como actores y siguieron a Palumbo con pericia, redondeando una gran noche de ópera.
Pablo Meléndez-Haddad, ABC, december 24 2006




Press Reviews 2006

G.Rossini BIANCA E FALLIERO
CD Dynamic/Rossini Opera Festival

Questa edizione è dominata dalla bacchetta di Renato Palumbo e dal Falliero della Barcellona. Palumbo comprova il dominio completo dell’orchestra e del palcoscenico e l’abilità di narrare la vicenda con impeto, persino, trasporto, senza mai perdere di vista l’eleganza di una scrittura raffinata. È un Rossini robusto e vigoroso che procede con spedita alacrità e nel finale del I atto trova accenti grandiosi.
Giancarlo Landini, L’Opera, june 2006

G.Rossini LA CENERENTOLA, Genova, Teatro Carlo Felice
may 2006

Il clima è estivo, ma il mare è Ligure e non Adriatico, invece della Palla di Pomodoro abbiamo la Lanterna: non siamo a Pesaro, bensì a Genova, per trovare una delle più belle produzioni rossiniane degli ultimi anni, una Cenerentola dall’incanto raro e prezioso. Artefice primo ne è stato Renato Palumbo, che, a una settimana dall’ultima replica del Trovatore a Parma, conferma una duttilità, una statura tecnica e interpretativa che non possono essere imbrigliati nelle definizioni di repertorio. La sua forte impronta personale, anzi, fa proprio il linguaggio rossiniano traducendolo in una lettura stilisticamente impeccabile quanto nuova e inconfondibile. Il suo Rossini marca mirabilmente il sottilissimo confine fra classico e romantico, il crepuscolo soffuso dell’opera buffa con vivacità e nitore d’accenti, una brillantezza che non va mai a scapito dell’equilibrio, della finezza di scrittura, di quella tinta acquarello che ammanta la fiaba di Cenerentola. L’utilizzo di ottoni a canneggio corto di modello primottocentesco, per esempio, conferisce all’impasto strumentale proprio quel colore unico, quella dolce morbidezza nella quale gli equilibri timbrici, i dettagli strumentali sono valorizzati come dettagli d’una preziosa filigrana, senza che nessuna sezione prevalga e turbi l’equilibrio. Allo stesso modo lo stacco plastico dei tempi, la sensibilità cantabile del fraseggio assecondano la divina ambiguità d’un capolavoro sospeso fra commedia e astrazione, fra antico e moderno. In questa preziosa trina musicale, resa con precisione cristallina, è un raro, sottile, piacere vedere che la concertazione non segue i cantanti, né impone loro alcunché, piuttosto realizza il perfetto equilibrio fra autorità del podio e libertà della voce in una collaborazione che ha come causa e fine la musica stessa, valore condiviso da un cast d’altissimo profilo.
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica, june 2006

G.Verdi IL TROVATORE, Parma, Teatro Regio,  april/may 2006

Il Trovatore infiamma il Regio: Serata trionfale, ovazioni al cast. Eccellente la direzione di Palumbo
Mi è affiorato, naturalmente, durante l’ascolto di questo Trovatore, il ricordo di quel bellissimo saggio di Gavazzeni – di cui proprio quest’anno ricorre il decennale della scomparsa – che riassumeva, con l’acume e l’ampiezza di orizzonti che possedeva come pochi altri, i caratteri essenziali e inconfondibili di questo capolavoro: nonostante la sua assoluta emblematicità che sembrerebbe escludere ogni altra riflessione, diceva, lo spazio interpretativo rimane quanto mai aperto, “nell’alternarsi di inclinazioni lunari e di corrusche violenze”. Che sono appunto i termini attorno ai quali si è mossa la lettura di Renato Palumbo, termini emozionali che il suo consolidato prestigio direttoriale ha incarnato con lo stesso tracciato formale, liberando quella forza di eloquio insita nella primarietà delle strutture con una circolarità tra ragioni drammatiche e ragioni musicali che, se il raffronto non si prestasse a certi equivoci, potremmo dire mozartiana, sotterraneo omaggio dunque nell’anno del salisburghese. Per dire, in sostanza, di una linea di condotta che ha non solo sottratto questa partitura alle tante bellurie accumulate dalla consuetudine, ma ha offerto la rivelazione di quali screziature sia composta la “tinta” dell’opera, rispetto al più corrente tono corrusco, e spesso sommariamente bituminoso; e ciò senza cedimenti troppo riflessivi né abbandoni arbitrari ma attraverso un controllo che se ha reso più essenziale l’energia, ha lasciato intendere i fervori romantici che operano entro quelle fibre. Ne è stata chiara riprova la particolare coesione offerta dall’orchestra così come la sensibile ricchezza di movenza con cui ha agito il coro; e soprattutto quella continua fusione con il palcoscenico , oggi sempre più rara anche da parte di direttori che sanno il fatto loro.
Gian Paolo Minardi, La gazzetta di Parma april 29  2006

Questo è il Verdi che amiamo
… anche la direzione di Palumbo è da lode […] “la sua direzione brilla su tutto […] sa tenere bene orchestra e palcoscenico. È il suo successo personale”.
Francesca Benazzi, La gazzetta di Parma april 29 2006

Del migliore dei mondi possibile parlava, seriamente, Leibniz, meno seriamente Voltaire faceva discettare Pangloss del meilleur des mondes possibles. Noi potremmo oggi parlare del migliore dei Trovatori possibili, se l’affermazione non risultasse pericolosamente in bilico fra il fiducioso ottimismo del filosofo delle monadi e il distacco critico di monsieur Arouet; non amiamo poi, in sede di recensione, il gioco dei confronti, come non amiamo il puntiglio di Beckmesser. Eppure, possiamo dirlo, da molti anni non si sentiva un Trovatore di questo livello, né a Parma un tal successo di pubblico per un’opera tanto amata e delicata. Invece, e torniamo a citare Leibniz, il Verdi festival 2006 non poteva avere migliore inaugurazione. Già lo scorso anno, a Torino, abbiamo avuto modo di esaltare la concertazione di Renato Palumbo, e non vorremmo ripeterci, se non ci trovassimo di fronte alla più bella bacchetta italiana apparsa negli ultimi anni, d’un talento e d’una sensibilità che trovano piena esaltazione nell’affinità elettiva con questa partitura, con la quale debuttò appena diciannovenne. Partendo da una concezione cameristica dell’orchestrazione, da un tratto belcantista preromantico, rende il fuoco del Trovatore ancor più vivo e pulsante, senza vacui impeti garibaldini, perché anche nell’esplosione drammatica il suono che riempie il teatro è bello e levigato come quello che accarezza il canto e gli si unisce nei momenti di abbandono lirico. Orchestra e voci cantano insieme, ma non v’è in questo compiacimento alcuno, bensì l’intima penetrazione del linguaggio specifico di questo Verdi, della sua attenzione alla parola nel contesto d’un formalismo rigoroso, dalla seducente patina arcaica, ma in realtà drammaticamente modernissimo. Tutti i dettagli della partitura sono rispettati ed esaltati in un discorso unitario che riesce a essere libero, fantasioso, teatrale, confermando la padronanza assoluta di buca e palcoscenico, l’abilità e la sensibilità per colori, accenti, dinamiche di un concertatore di primissimo piano nel panorama attuale e futuro. Non poteva trovare guida più sicura e attenta il debutto di Marcelo Alvarez […]l’orchestra traduce fedelmente il gesto di Palumbo in suono nitido, cesellato nei dettagli, perfettamente omogeneo, lunare e incandescente. […]Tutto funziona alla perfezione e il Regio festeggia come non vedevamo da anni. Giustamente, perché un Trovatore così non lo si vedeva da anni.
Roberta Pedrotti Gli amici della musica may 2006

G.Verdi RIGOLETTO, Paris, Opéra Bastille, Paris, february 2006

Le chef Renato Palumbo a donné une magistrale leçon de direction pour cette reprise de la production de Jérôme Savary de Rigoletto. Des débuts parisiens qui marqueront les mémoires et les musiciens de l’orchestre, à une époque où les grands chefs verdiens sont devenus une denrée rare.
[…] En invitant à Paris Renato Palumbo il [Gérard Mortier] nous a révélé un chef verdien de tout premier ordre. Il est bien rare d’entendre une partition aussi délicate que celle de Rigoletto menée avec pareille intelligence et un sens aussi aigu de la place de cette musique dans l’œuvre du compositeur. Avec Rigoletto, Verdi n’a pas encore totalement oublié le bel canto pur, mais il s’est déjà bien engagé sur d’autres chemins, ceux d’un réalisme et d’une théâtralité qui marqueront de plus en plus ses partitions ultérieures.
Il faut donc savoir en permanence jongler avec plusieurs styles, passer des langueurs ornées d’un romantisme un peu évanescent aux élans et aux fureurs de passions exprimées de manières beaucoup plus directes. Il faut aussi trouver les couleurs qui mettent le mieux en valeur chaque état d’âme et laisser rêver l’orchestre au bon moment pour le lancer au galop quelques mesures plus loin. Tout cela, Renato Palumbo le maîtrise avec une sûreté confondante, tenant vraiment toute la représentation au bout de sa baguette et recueillant à la fin, non seulement l’ovation de la salle, mais les applaudissements de tout l’orchestre lui-même !
[…] Le spectacle fonctionne, comme toujours à l’opéra quand le chef, pierre angulaire de l’édifice musical, a la présence, l’autorité, la technique et l’inspiration adéquats.
Gérard Mannoni, Altamusica.com




Press Reviews 2001>2005

G.Verdi LA TRAVIATA, Firenze, Teatro Comunale
november 2005

Di profonda natura operistica è invece un direttore come Renato Palumbo, uno dei pochi eredi dell’arte dei grandi maestri del passato, che facevano quadrare i conti non solo con l’orchestra ma anche con le necessità del palcoscenico e con il respiro del canto. Di questo giovane direttore colpisce la felicità del fraseggio e l’attenta ricerca dinamica, che anche in un’opera così sfruttata riescono a dire qualcosa di nuovo e suggestivo, lasciando una cifra sicuramente personale. Una Traviata, quella di Palumbo, particolarmente attenta a privilegiare il versante sentimentale e lirico della partitura più di quello febbrile e tragico, con grande affettuosità ma anche la dovuta incisività nei momenti più drammatici. Molto bene gli ha risposto l’Orchestra e del Maggio e bene il Coro preparato da Piero Monti.
Davide Annachini, l’Opera, december 2005

G.Rossini BIANCA E FALLIERO, Pesaro, Rossini Opera Festival, august 2005

Eccellente la direzione di Renato Palumbo, ancora una volta interprete luminoso e risolutivo di una partitura tutt’altro che omogenea come questa, a cui la lettura è sembrata garantire tenuta e coerenza, ottenendo peraltro ottima risposta dall’Orquesta Sinfonica de Galicia, che l’anno scorso non si era certo coperta di gloria.
Davide Annachini, l’Opera, september 2005

G.Verdi UN BALLO IN MASCHERA, Trieste, Teatro Verdi
january 2005

… la lettura problematica ma in qualche modo elettrizzante che dell’opera offre Renato Palumbo, il quale con gesto chiaro lavora di bulino sull’orchestra e ne trae, grazie a un eccellente lavoro di concertazione e una scelta dei tempi incalzante, giochi di contrasti cui non eravamo abituati, chiaroscuri inusitati, giochi di contrasti spesso disattesi, cogliendo perfettamente di quest’opera bifronte sia gli aspetti giocosi che il nucleo doloroso e talvolta misterioso che ne è l’aspetto fondante. […] l’abilità di Palumbo consente a tutti di esprimersi al meglio.
Rino Alessi, L’opera february 2005

G.Rossini ELISABETTA, REGINA D’INGHILTERRA
Pesaro, Rossini Opera Festival, august 2004

[…] Renato Palumbo, che ancora una volta ha confermato la sua superiorità direttoriale nel sostenere la splendida opera rossiniana con aplomb impeccabile, tanto nelle luminose sonorità quanto nella perfetta tenuta drammaturgica, ottenendo il meglio dal palcoscenico […] e dall’Orchestra del Comunale di Bologna
Davide Annachini, l’Opera september 2004

La direzione di Renato Palumbo punta a dinamismo e drammaticità, dimostrando che sono conciliabili con lo stile rossiniano.
Mauro Mariani, Il giornale della musica

H.Marschner HANS HEILING, Cagliari, Teatro Lirico, april 2004

Renato Palumbo, alla testa dell’Orchestra del Teatro Lirico in stato di grazia, si è confermato eccellente musicista, valorizzando tutto quanto c’era da valorizzare in una partitura di per sé non eccelsa, attentissimo al rapporto con il palcoscenico e agli equilibri sonori, alternando sfumate trasparenze a robuste e giustificate accensioni, non evitando di lasciarsi andare con intelligenza al gioco sottile ed evanescente delle garbate e spesso ingenue melodie di Marshner
Nicola Salmoiraghi, l’Opera, may 2004

La direzione di Renato Palumbo, ben coadiuvato dai complessi del Teatro Lirico cagliaritano, ha messo in risalto il “sinfonismo” che percorre e unifica tutta la partitura, non prigioniera del consueto schema aria-recitativo e caratterizzata da una ricchissima tavolozza timbrica.
Antonio Truddu Il giornale della musica

V.Bellini BEATRICE DI TENDA
Milano, Teatro alla Scala/Arcimboldi, march 2004

Renato Palumbo sa unire vigore narrativo a estasi lirica, cogliendo i poli verso cui tende il modernissimo ma ahimè troppo breve teatro belliniano… […] insomma, una gran serata.
Elvio Giudici, Diario, april 16 2004

Renato Palumbo, come già nella donizettiana Lucrezia Borgia, a confermato, sul podio della trasparente e luminossissima compagine scaligera, di essere interprete eccellente del nostro repertorio belcantistico. Ha accompagnato le impalpabili arcate delle melodie belliniane ( e Beatrice, opera forse di livello discontinuo, ne possiede comunque di bellissime) con trasporto romantico, ricavando suggestivi colori pastello in orchestra, respirando letteralmente con i cantanti e lasciando che la distesa, quieta, malinconica eco del magico ruscello d’ispirazione del grande Catanese si trasformasse nel fiume in piena, ardente di passione e di lacerante abbandono, dei concertati e dei momenti più drammatici. Davvero una prova maiuscola. Nicola Salmoiraghi, L’opera april 2004

U.Giordano ANDREA CHÉNIER, Bologna, Teatro Comunale, february 2004

È importante quanto difficile, dunque, che l’esecuzione sappia valorizzare appieno lo Chénier come è avvenuto a Bologna in una produzione che poteva vantare, oltre agli ottimi Dessì e Gazale sulla scena, la preziosa concertazione di Renato Palumbo, moderna, equilibrata, ma anche teatralissima e coinvolgente. Basti pensare a come stacca la gavotta del primo atto, livida immagine d’una classe immota e insensibile, o all’opposto l’abbandono malioso di Come un bel dì di maggio: segue il canto e fa cantare l’orchestra, sempre perfettamente calibrata, ma pure vigorosa laddove il dramma lo richieda. Una lettura lucidamente controllata, emozionante e schiettamente teatrale proprio nel suo rifuggire i facili effetti, concentrandosi piuttosto sulla verità significante della partitura, dipanata con gesto limpido e fluido, giocando con i contrasti senza esasperarli.
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica, march 2004

G.Rossini ADINA, Pesaro, Rossini Opera Festiva, august 2003

Ma soprattutto la componente musicale ha brillato, a cominciare dalla luminosa e variegata direzione di Renato Palumbo.
Davide Annachini, L’opera, september 2003

Dulcis in fundo, la direzione di Renato Palumbo: l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna è attenta e scattante come non l’avevamo mai sentita nelle sue prestazioni estive a Pesaro, il meccanismo dei crescendo è perfettamente graduato, la tensione drammatica è sottolineata senza superare la misura rossiniana.
Mauro Mariani, il giornale della musica

G.Verdi I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA
Parma, Teatro Regio, may 2003

In gran forma l’orchestra (con il bravissimo Michelangelo Mazza primo violino), guidata da Renato Palumbo, giustamente apprezzato come uno dei migliori concertatori della nuova generazione. Attento al canto, alle dinamiche ed al fraseggio delle voci come dell’orchestra, ci restituisce un Verdi intenso, vigoroso, drammaticamente teso, eppure lirico e sfumato, sempre emozionante. Trionfo finale per tutti gli interpreti, con acclamazioni entusiastiche per Pertusi, Palumbo, il coro, la Rezza e Mazza, osannato dopo l’assolo del terzo atto.
Roberta Pedrotti, Gli amici della musica june 2003

G.Puccini, LA BOHÈME, Cagliari, Teatro Lirico, march 2003

De la dirección de Renato Palumbo, joven maestro en alza entre los de la ‘nueva ola’ italiana, hay que decir que fue efectivo y que llevó el coro (como siempre magnífico bajo las ordenes de su mentor Paolo Vero) y la más que loable orquesta cagliaritana a excelentes resultados, sin perder el control del escenario, ni siquiera en la complicadísima concertación del segundo acto.
Horacio Castiglione, Mundoclasico, 25 march 2003

G.Verdi OTELLO, Cagliari, Teatro Lirico, february 2003

Palumbo (direttore verdiano in ascesa, che negli ultimi tre anni ha diretto a Cagliari Traviata, Nabucco e Trovatore) ha fatto bene la sua parte sul podio, ottenendo effetti incandescenti e struggenti, ma evitando gli eccessi, e curando l’omogeneità degli insiemi. Chicca dell’edizione cagliaritana di Otello è stata l’esecuzione dei ballabili del terzo atto, che Verdi aveva composto per la rappresentazione parigina del 1894: danze ammirevoli per le venature orientali e la raffinatezza della strumentazione.
Gianluigi Mettietti, il giornale della musica

G.Puccini MADAMA BUTTERFLY, Palermo, Teatro Massimo, october 2002

In quest’ottica anche la resa strumentale, con Renato Palumbo a dare costante rilievo all’orchestra, ha seguito questo itinerario dalla forti tinte, con una mobilità che conquistava primi piani insoliti, con colori “americani” dopo il rito o toni piuttosto duri per lo zio Bonzo e una vivacità che se non evocava coinvolgenti liricità riusciva a rendere le tempeste del cuore anche con punte segmentate e aguzze che suggerivano un’idea di crudeltà
Sara Patera, L’opera, dicembre 2002

G.Donizetti LUCREZIA BORGIA
Milano, Teatro alla Scala/Arcimboldi, october 2002

…al Maestro Palumbo, il quale è un tale conoscitore del canto e, così giovane, un tale esperto dell’arte che gli sciocchi chiamano dell’accompagnare, da aver messo ciascuno nelle condizioni ideali per dare il meglio . Con un gesto e una sensibilità che fanno pensare a un Thomas Schippers rinato, egli dà una lezione d’equilibrio interpretativo per la perfezione dei rapporti, di tempo, di volume, di timbri, ottenuti; la delicatezza della concezione e della rifinitura trova un confine solo nel temperamento drammatico, a volte di mercuriale drammaticità , di che tutta l’opera vive. Palumbo ha a sua disposizione uno strumento incomparabile come l’orchestra della Scala: se ne rende conto, ottiene meraviglie solistiche dagli strumentini e dalla prima tromba, perfezione dai corni, bel suono, vivacità balzante e canto dagli archi. Che gioia poter dire questo di un direttore italiano.
Paolo Isotta, Il corriere della sera

Renato Palumbo, sul podio dell’Orchestra scaligera in ottima forma, ha fornito un’eccellente lettura dell’opera donizettiana (un capolavoro assoluto della produzione “seria” del Bergamasco); Palumbo ne ha sbalzato tutta l’evidenza drammatica, sapendo però abbandonarsi con passione agli squarci lirici e sottolineando con finezza le sfumature e, soprattutto, il colore; quell’inconfondibile color di tenebra che stende la sua romantica ombra inquieta su Lucrezia. […] Una memorabile serata di teatro, musica e canto.
Nicola Salmoiraghi, L’opera, october 2002

U.Giordano ANDREA CHÉNIER, Festival di Santander
august 2002

El otro gran triunfador de la noche fue Renato Palumbo, el director musical: Su batuta ensambló y concertó perfectamente a la orquesta, coro y solistas. Su profundo conocimiento de esta obra estuvo constantemente a disposición del impresionante melodismo de la partitura de Giordano, consiguiendo extraer de la orquesta pasajes bellísimos de sensible y magnífico sonido.
Roberto Blanco, Mundoclasico, 22 agosto 2002

G.Meyerbeer LES HUGUENOTS, Festival di Martina Franca, august 2002

Palumbo che ha diretto come un leone, dando eccellente risalto alla sterminata partitura, segnalandosi per l’equilibrio tra orchestra e palcoscenico, per la pulizia delle scene d’insieme, i dettagli dello strumentale, senza che la cura per il funzionamento del complicato strumento ad orologeria gli impedisse di cercare e trovare una chiave di lettura. Palumbo disegna degli Huguenots incalzanti e molto teatrali.
Giancarlo Landini, L’opera september 2002

…il direttore Renato Palumbo ha governato la gigantesca partitura con esiti eccellenti. Meyerbeer è un maestro del colore, ed ecco l’orchestra Internazionale d’Italia sollecitata a suonare col gusto del timbro pittoresco e colorito: gli assoli di viola o di fagotto, le frastagliature del flauto o le saette dell’ottavino sbucavano da un contesto orchestrale che dà contemporaneamente la mano a Rossini e Berlioz. Meyerbeer è un maestro nell’invenzione ritmica: e Palumbo non perdeva occasione per giocare di scatti, frastagliature, dolci beccheggi e entusiastiche galoppate.
Paolo Gallarati

J.Offenbach LES CONTES D’HOFFMANN
Roma, Teatro dell’Opera, march 2002

Faceva da perfetto contraltare a questa messa in scena l’altrettanto riuscita concertazione di Renato Palumbo, che metteva in evidenza la contaminazione tra gli stili del grand-opéra, dell’opéra-comique e dell’opéra-bouffe ma sapeva anche trovare la coerenza di un’opera in cui altre volte si erano avvertiti fastidiosamente sbalzi e lacune.
Mauro Mariani, il giornale della musica

Ma l’esecuzione non sarebbe riuscita così brillante senza la bacchetta di Renato Palumbo che ha guidato l’orchestra con la trasparenza, lo spirito e l’elasticità necessarie per mettere in rilievo i pregi di una partitura scritta da un maestro dell’orchestrazione, che crea un suono tutto suo, sempre scintillante e mordente. Al flusso iridescente degli strumenti, Palumbo ha amalgamato le voci soliste e l’ottimo coro diretto da Andrea Giorgi, senza sbagliare una virgola.
Paolo Gallarati

Palumbo, sempre attento sia alle grandi espansioni orchestrali che richiedono slancio, sia alle sortite ineffabili di un clarinetto o di un flauto, di un oboe o di un violino, ha stabilito il giusto contrasto fra l’esuberanza e la tenerezza che rinviava a un altro contrasto, quello fra la freschezza della partitura e il suo progressivo trascolorare dall’ironia al dramma.
Virgilio Celletti

G.Verdi, NABUCCO, Cagliari, Teatro Lirico, march 2001

E Renato Palumbo si dimostra direttore di solida preparazione: non c’ è un tempo o un fraseggio sul quale non siamo d’ accordo.
Michelangelo Zurletti, La repubblica, march, 26, 2001